di Giovanni Bonanno
Vive nella mente e si nutre del suo sguardo la pittura di Rosalia Foresta, sicura nel segno, nei colori limpida, poetica nella visione. Pittura di emozioni che squaderna l’interiorità dei sensi e la sua proiezione nella natura. Pittura colta che affonda le radici nell’humus di Arnold Böcklin; che si illumina dell’oro di Gustav Klimt; che si inebria della quiete di Henri Matisse. Evoca una stagione del novecento europeo che, in contrapposizione con le avanguardie, torna all’idea classica dell’arte, alla sua complessità e alla sua armonia fremente d’eros.
Non è statica la pittura dei classici, di Piero della Francesca, Giorgione, Raffaello, ma percorsa di tensioni in cerca della bellezza che si fonde con l’ideale, forse platonico, forse metastorico. A questa dimensione, rinverdita a inizio XX secolo, sembra ispirarsi l’opera in mostra di Rosalia Foresta, la quale ama farsi avvolgere dalla primavera del fauvismo, scintillante di cromie, e dall’effluvio sensuale del matissiano luxe, calme et volupté, significante la beatitudine che invade la carne e lo spirito.
La purezza della forma è il sogno di Rosalia nell’esultanza del rosso e del blu, nello splendore dell’ocra, nella dolcezza del verde. Con queste cromie lei traduce la vita dentro la sequenza delle tele, dove si stagliano volti di donne e paesaggi in stretto rapporto fra loro. Sono indipendenti i quadri paesaggistici dai ritratti. Eppure ognuno di essi è concepito come pendant di un soggetto di donna. L’artista stabilisce a priori una liaison fra lo sguardo di una giovane e un frammento di natura. Sente che l’io femminile si proietta nello spazio circostante: nel meriggio, nell’alba, nella notte. Sente altresì che un colle verdeggiante o un bosco dorato plasmano di pace l’anima.
Disconoscono i dipinti di Rosalia la concitazione. Estasiati di luce bisbigliano la gioia; avvolti dalla sera sanno di tristezza. Li connota un linguaggio misurato, denso di sentimenti felpati, e un rigore compositivo rivolto alla essenzialità della figurazione, significata da un disegno deciso, da una inquadratura ravvicinata, da un ardito taglio. Se i paesaggi si dischiudono alla lontananza e al naufragio nella luce, i volti vengono avanti, in primo piano, ponendosi vis à vis con l’osservatore. Suscitano empatia. Comunicano grovigli di apprensioni e di pensieri, ingenerando scambi interiori.
Una pittura di indubbia malia per il colore squillante, campito à plat, talvolta con uniformità serigrafica, propria di Matisse e di alcuni fauves, che rivela libertà di stesura, di là dalla stessa immagine. Trasmette, il colore, nella sua intensità epifanie ed enigmi, sollecitando la mente alla comprensione del non detto. Non è abbellimento il colore in questi soggetti, ma forma di ardori e silenzi.
Quasi tutti i dipinti di questa esposizione dal titolo Foresta di volti e visioni posseggono la verità di un colore che sa di oriente, del cobalto di cieli e moschee, della voluttà sognante degli harem, che inspirano il grande autore di odalische e danze, il quale confessa: La révélation m’est venue de l’Orient. L’Oriente di Matisse e il suo colore entrano nella mente della pittrice palermitana, che ne significa l’élan vital. Alcuni dipinti scelti come esempi consentono di sentirne l’energia e di penetrare il senso simbolico che Rosalia Foresta vi trasfonde, pregno di carnalità.
Il colore accompagnato dal segno determina la fisionomia di Giuditta. Incide tagliente il segno volto e collo, il cui biancore cadaverico è la verità del dipinto che, sottilmente, rimanda alla Giuditta biblica. Un corpo seducente quello ritratto da Rosalia, pur nel gelo marmoreo, avvolto di chiome adescanti. Trova rispondenza Giuditta nell’Ombra rossa: un torrente di sangue sotto le fronde, rosse e d’oro, di un albero festoso, attorniato di verde. Esplicita la simbologia dei colori quel che non dice Giuditta.
L’azzurro è lo spazio, fisico e metafisico, in cui si colloca la fanciulla di Riposo. Distesa dorme, coperte le spalle di lapislazzuli, eburnea la schiena, il volto assorto nel sogno. Esplode nel blu la sua felicità, come racconta il fuoco dei capelli. E il volo d’amore plana sul Paesaggio assolato, dove un raggio indora il cipresso e le colline.
Forse un’eco giunge nel grigiore della stanza. Lei sta In ascolto. La ritrae decentrata e di tre quarti la pittrice: gli occhi neri e grandi nel viso quasi esangue, accese le labbra protuberanti, corvina la testa ribelle, d’arancio la camicia. Il sibilo è di un distante bosco di Betulle, fra i cui vertiginosi tronchi si snodano ruscelli di giallo, turchino, ocra, malachite.
Un dipinto elegante è Profilo, di memoria liberty, avvolto dal notturno scialle della capigliatura. Dinamica la persona disegnata dall’ascensionalità della spalla nuda e dalle cromie che coronano il bianco della veste. Ma è tra il nero dell’occhio, la linea del naso, il rosso delle labbra che si concentra la sua fragranza di donna, che dona frammenti di splendori agli stessi cipressi.
Struggente il ritratto di Attesa. Puro nella dialettica di bianco e nero. Un’icona fantasmatica con accanto una bambina sconvolta. Nell’asciuttezza della forma rimanda al neorealismo fotografico, privo di consistenza corporea. Una madre senza carne, il volto teso alla speranza disperata. A questa immagine si coniuga il buio della notte di un Paesaggio tempestoso, romanticamente baluginato dal chiarore lunare.
Vive di incanto la pittura di Rosalia Foresta, della passione del rosso, della gravità del nero, dell’esplosione del giallo, del blu che sa di infinito, della pace avvolgente del verde.
Attinge al magma dell’arcobaleno l’artista dipingendo, con dense e leggere stesure, i volti di amiche: li modella, li scava, li scarnifica, ne svela l’anima e li riporta, liricamente, al turbinio dell’uragano, alle distese confinanti con il cielo, alle ombre e alle luci tremule della foresta.