I Paesaggi di Rosalia Foresta
di Beatrice Cordaro
Talvolta, presi dalla frenesia, abbiamo bisogno di volgere lo sguardo altrove.
Talvolta, divorati dalla stanchezza, abbiamo bisogno di alleviare il peso che ci portiamo sulle nostre spalle.
Talvolta, sentendoci in una morsa che ci soffoca, abbiamo bisogno di fuggire, di affacciarci alla natura.
La natura libera, ribelle, imprevedibile.
Abbiamo bisogno di una finestra sul mondo, una finestra che ci possa far respirare la brezza della nostra stagione preferita, che ci faccia respirare aria tersa e pulita.
L’arte, Signori, può diventare questa finestra.
Quando mi ritrovo ad osservare un’opera, scavo infondo alla mia persona.
Non cerco di capire cosa leggono i miei occhi, ma cerco di ascoltare i miei bisogni, bisogni che alla fine mi rendo conto essere di tutti. E. di norma, è sempre un tentativo di porre un fermo alle piccole e alle grandi cose che mi tormentano.
Sono fermamente convinta che sia per tutti cosi, si cerca nell’arte un modo per porre fine, anche se momentaneamente, ai problemi perpetui e quotidiani.
Forse Dostoevsky non aveva tutti i torti nell’affermare che : “A volte l’uomo e straordinariamente, appassionatamente innamorato della sofferenza”.
Nelle opere di Rosalia Foresta io vedo questo: vedo una finestra sul mondo capace di far respirare.
Riesco a percepire il fruscio del mare che, agitato o calmo che sia, si infrange contro gli scogli.
Quel mare che nella mia vita, come nella sua, è stato una costante. Per chi nasce in Sicilia è cosi: se ti privi del mare, di quel mare, ti senti morire. Se ti privi dei suoi campi disordinati, ma sempre brillanti e affascinanti, ti senti morire.
Se ti privi delle sue montagne, quelle montagne che silenziose, imponenti, che sembrano abbracciare la nostra terra, allora – ancora una volta – ti senti morire.
Queste si chiamano radici. Radici che nutrono, radici che non si possono recidere.
E Rosalia, nella sua serie di paesaggi naturali, dove le montagne divengono soggetto principale come in una ripetizione cadenzata, queste radici le mette in evidenza con forza.
Sono una finestra sul mondo le sue opere, lo ribadisco.
Ci si perde in quel blu profondo che bacia le sue rocce, ci si perde negli angoli bui, nella penombra dei suoi prati, ci si perde nel verde fitto della sua boscaglia.
E chi conosce i paesaggi della Sicilia riconoscerebbe nell’immediato quegli scorci naturali della propria terra.
Li riconoscerebbe nell’immediato per due motivi.
Il primo è un istinto naturale, un leitmotiv di vita, il volto della propria madre che si vede ogni giorno, il bacio della buonanotte, il sorriso del proprio padre, il caffè al mattino.
Il secondo è perché i passaggi siciliani hanno quelle sfumature, quei dettagli giallo – oro che sono un segno, un marchio a fuoco.
Così, con il suo stile personale, con il suo gusto, con il suo sguardo, elabora e plasma finestre, vie di fuga, vie di pace.
Vie in cui il silenzio del sereno investe in pieno.
I suoi paesaggi sono estremamente realistici, nell’osservare le venature rocciose sembra di percepire al tatto le superfici pungenti, ruvide, sabbiate; o ancora, sembra di sentire sotto i piedi la sensazione di calpestare l’erba ora rigogliosa,ora arida, e ancora quell’odioso pietriccio che la maggior parte delle volte fa rischiare di scivolare.
E quindi, i suoi paesaggi sono finestre.
Finestre a tutti gli effetti. Tu apri le persiane, poggi i gomiti sul davanzale, chiudi gli occhi e ti immagini lì: gettata a braccia aperte in mezzo a quei campi, ai piedi di quelle montagne, con il viso rivolto in direzione del cielo, con il primo o l’ultimo raggio di sole che ti bacia, o con le stelle e la luna che fanno da lampione; e nel frattempo senti il rumore del mare.
Perché in Sicilia è cosi: hai tutto contemporaneamente. Ti giri a destra e vedi monti, ti giri a sinistra e vedi distese infinite di acqua, guardi avanti e vedi campi immensi. E’ cosi, hai la Sicilia e hai tutto.
Tutto ciò che serve per vivere.



